"Thánatos. Un Amore Malato", di Roberto Patruno

Biografia


Roberto Patruno, nato a Corato, importante centro agricolo della Puglia, nel 1943, è cresciuto e ha studiato nella Taranto degli anni ’50 assorbendo i colori, i profumi e le contraddizioni di un Sud non ancora industrializzato.

Ha poi intrapreso la carriera di ufficiale della Marina Militare-Guardia Costiera conseguendo il grado di Ammiraglio nel 2001.

Considerato uno dei massimi esperti in Europa nel campo della sicurezza della navigazione e della protezione dell’ambiente marino dagli inquinamenti, ha ricoperto dal 1993 al 2005 incarichi di rilievo presso la Commissione Europea e le Nazioni Unite. Lasciato il servizio attivo nel 2006, ha insegnato diritto marittimo internazionale in Accademia Navale e presso le Università di Messina e Napoli II dal 2007 al 2010.

Profondo conoscitore dell’area mediterranea, ha intrattenuto per oltre un decennio rapporti

professionali con tutti i Paesi del Nord Africa e del Medioriente.

Relatore in numerose conferenze internazionali in Europa, nei Paesi del Mediterraneo e nelle Americhe, ha pubblicato articoli riguardanti la sicurezza della navigazione e il trasporto marittimo in varie riviste specializzate.

Dedicatosi alla narrativa dal 2011, ha esordito nel 2013 con il romanzo “L’amore malato”, seguito nel 2014 dalla raccolta di racconti “Una settimana balorda” pubblicati entrambi da Leonida Edizioni. Con “Una settimana balorda” è risultato finalista alla IX^ edizione del Premio Internazionale di Letteratura “Gaetano Cingari”.

Secondo classificato alla X^ edizione del Premio Gaetano Cingari 2015 con il romanzo inedito “Quartetto d’archi” pubblicato da Graus Editore nel 2015 con cui ha pubblicato anche il suo quarto romanzo “Nel nome di Allah” nel marzo 2018.

Nel 2020 ha pubblicato il romanzo “Thanatos” con Lux-Co Editions.

Il suo ultimo romanzo in ordine di tempo “Melanconia” è al momento in corso di pubblicazione con Lux-Co Editions.

Devolve i suoi diritti di autore a favore degli orfani del Bethany Orphanage a Mthatha (Sud Africa) assistiti dal medico italiano Giorgio Cusati.

Vive e lavora a Roma.




Incipit


A volte è facile superare il sottile confine che separa la vita un po’ sregolata e

superficiale di un ragazzo di provincia da quella disperata di un’esistenza condotta ai

margini della società. Due mondi a stretto contatto che sembrano ignorarsi,

rispondendo a diverse regole e canoni comportamentali: da un lato una realtà

all’insegna delle serate con gli amici, fino a notte tarda, e del sesso facile con le

ragazze, dall’altra le ombre di un’umanità rifiutata e dolente che si muove invisibile

all’interno della città addormentata, in una lotta continua e feroce per sopravvivere.

Mino supera quel confine il giorno in cui lascia la sua casa e gli amici, per inseguire

un amore sbagliato e impossibile, finendo col perdersi e scivolare in quella dura

realtà a lui sconosciuta in cui le storie di miseria, violenza, prostituzione e degrado

diventano il suo mondo reale, sostituendosi a quello spensierato della sua giovinezza.

A quel punto ogni cosa è diversa: per Mino, che ha vissuto la sua adolescenza nella

Taranto degli anni ‘60 fra un padre incapace di esprimergli la sua tenerezza e una

madre che lo ha sempre accudito e coccolato come fosse un bambino, tutto assume il

sapore del dolore e della disperazione.

Lontano dal suo piccolo mondo semplice e protettivo, vive fino in fondo il degrado e

la sofferenza degli emarginati, percorrendo una strada segnata da un susseguirsi di

scelte impulsive, di ripensamenti e di avvenimenti drammatici.

E’ allora che si pone per Mino l’imperativo di una scelta definitiva: lasciare che il suo

destino si compia in una spirale di dolore e di follia sino alla catarsi liberatoria,

ovvero riprendere a lottare per ritrovare se stesso e la sua dignità di uomo.

“Eri tu nel letto dell’amore che sussurravi menzogne | appassionate mentre | con le

unghie | mi spingevi dentro” (Charles Bukowski, La canzone dei folli).




Prefazione


Kreszenzia Daniela Gehrer e Roberto Patruno


Thánatos -dal greco θάνατος è, nella mitologia greca, la personificazione della morte.

E’ figlio della Notte e fratello di Moros –il Destino inevitabile.

Con il periodo tardo Imperiale, allorché i romani iniziarono a considerare il momento

della morte più accettabile in quanto transizione dalla vita ai Campi Elisi, la figura di

Thánatos venne rivalutata fino ad essere assimilata a quella di un meraviglioso efebo,

associandola più al gentile trapasso che ad una terribile minaccia. Infatti molti

sarcofaghi romani lo ritraggono come un fanciullo alato al pari di Cupido e, come

osservò Arthur Bernard Cook: "Eros con le gambe incrociate e la torcia rovesciata

divenne il più comune simbolo della Morte".

D’altra parte, l’accostamento delle due figure, quelle di Eros e Thánatos, è molto più

vicino alla realtà di quanto non si immagini ad una prima riflessione.

Entrambi appartengono alla categoria degli dei primordiali e sono accomunati da

alcuni tratti del carattere, fra cui ritroviamo la potenza, l’arroganza, l’impulsività e la

violenza. Entrambi hanno a che fare con il dolore, essendo spesso il secondo

soluzione catartica del primo.

Eros, il gran demone dell’amore fisico e del desiderio, colui che scioglie le membra, è

figlio di Poros e Penia. Concepito durante il banchetto per la nascita di Afrodite, Eros è

per sua stessa natura un’entità di congiunzione, in posizione mediana tra il mondo dei

mortali e degli dei, nostalgia originaria della lacerazione dell’Uno.

Generato da Espediente l’indeterminatezza, l’abisso senza fondo e Povertà il morso

del vuoto e della mancanza, brama perenne è, quindi, proteiforme e transeunte alla

perenne ricerca dialettica di Sé e dell’Altro.

Amore che assume sembianze e fattezze diverse in questo racconto: il volto della

madre e delle sue cure, il corpo sensuale e irresistibile di Titti, poi l’illusione, la

disillusione e l’amore che diventa riparo dalla gelida solitudine. Infine l’amore

profondo e maturo con Alina che si fa alleanza a due contro il mondo che ci è

capitato in sorte o che ci si è scelto, in quella battaglia individuale per la

sopravvivenza.

Indefinito e indefinibile com’è, Eros esige esattezza di sguardo per essere scorto e

riconosciuto nelle sue diverse maschere. Sempre affamato, vorace ma digiuno. Un

mendicante in allerta, risoluto a mettere in atto qualsiasi stratagemma per colmare

l’orcio bucato e placare i morsi della brama: buon sangue non mente.

E l’amore non lo puoi scegliere, percorre le sue strade ed è soggetto al suo nomos

oltre qualsiasi calcolo razionale e oltre qualsiasi raccomandazione di buon senso.

Arriva d’improvviso, l’amore, lacerando la patina di tutto ciò che è consueto e si

ripete costante. Si presenta sotto le fattezze di Titti la spinta propulsiva della vicenda

del protagonista seduta a un tavolino mentre legge assorta circondata dall’aria di


quella Taranto così amata da Mino, respirata ogni giorno con gli stessi polmoni da

sempre, da quando era ragazzo e nella quale era sprofondato con la morte del padre.

Ed esplode, l’amore, nella sua più gioiosa naturalezza e intimità proprio nei giorni

delle festività pasquali che segnano da un punto di vista teologico la resurrezione del

Cristo, la vittoria sul mondo e sulla morte, e da un punto di vista più strettamente

umano il risveglio dell’animo sopito. Come quello di Mino ormai strozzato dal

cordone ombelicale e anestetizzato fra le maglie di un rapporto simbiotico con la

madre che disincentiva qualsiasi moto di maturazione emotiva.

Quello raccontato è un amore che non si imbarazza delle proprie carni e che anzi fa

del corpo nudo non qualcosa da nascondere, mortificare e di cui vergognarsi, ma il

mezzo supremo da celebrare nella sua totale e sublime bellezza. Anche quando il

corpo si fa brutto, stanco, sporco, umido e malato. Anche quando la mente si

allontana dal recinto della ragione. Rimane il tramite attraverso il quale sentirsi,

percepirsi ancora vivi, conoscersi, entrare a fondo con forza nella materializzazione

di quel sentimento ascensionale che avvinghia, unisce, colma, svuota, ricongiunge e

poi rilascia brutale come un colpo di fionda. Perché Poros e Penia non potranno mai

completarsi davvero.

Resta un interstizio in cui le parti non combaciano perfettamente e in cui s’insinua

quella porzione di destino che non si può calcolare e prevedere. Un interstizio in cui

la ricerca spasmodica della ricongiunzione originaria porta Mino a perdere se stesso.

E a ritrovarne un altro.

L’amore è di per sé, in modo congenito, una forma di aggressione, se è vero quel

che dice Edgar Morin: “Io ti amo, io ti mangio, io ti uccido”. Con quel suo fare

irresistibile che vuole solo una cosa. Desidera quegli occhi che stanno di fronte a lui,

desidera essere riconosciuto e legittimato nella propria irriducibile unità che è

destinata a restare tale sino alla fine, sino alla catarsi finale, sino a Thánatos.

Al fondo di tutta la storia del giovane Mino rimane una lettera, indirizzata a quel

primo amore di qualsiasi uomo: alla madre. Oltre il compimento del destino

individuale di Mino rimane aperto il compimento del destino storico dell’uomo e

con questo sono in ballo i suoi interrogativi.

Che cosa è in fondo un amore malato? E’ amore. Nonostante tutto. Anche se può

condurre alla morte. Ma è proprio in quella morte che giunge come destino

inevitabile che l’amore malato trova la sua purificazione e, quindi, il suo riscatto.

Eros, Thánatos e Moros completano così la loro tela e Mino il suo destino di uomo.

“Eri tu nel letto dell’amore che sussurravi menzogne | appassionate mentre | con le

unghie | mi spingevi dentro” (Charles Bukowski, La canzone dei folli).


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